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Quando i bambini si comportano male tutti i genitori vorrebbero saper gestire saggiamente la situazione, tuttavia spesso finiscono per reagire impulsivamente. Entra in gioco il “pilota automatico”, ed è perfettamente umano. Soprattutto quando le mamme e i papà sono stanchi, stressati e non sanno come comportarsi, finiscono per reagire inconsapevolmente e buttano benzina sul fuoco, alimentandone la portata.

Persino i bambini più piccoli possono provocare molto dolore ai genitori, che si trovano spesso a fare i conti senso d’impotenza, rabbia e molto altro: il comportamento del bambino può essere percepito come una minaccia, perché la parte  più antica del nostro cervello, il tronco dell’encefalo, di fronte a qualsiasi stimolo stressante manda un segnale d’allarme. Ebbene sì: percepiamo quello che fa il nostro bambino come pericoloso. E non siamo dei mostri, siamo semplicemente degli esseri umani.

Tuttavia dato che siamo degli animali estremamente complessi, la possibilità di far lavorare insieme il cervello più antico e quello più evoluto ci permette di scegliere come comportarci. Abbiamo la possibilità di andare verso un’educazione consapevole. Fare delle scelte consapevoli significa valutare diverse alternative e adottare quella che ci sembra adeguata per raggiungere lo scopo desiderato. Per fare questo dobbiamo avere delle strategie chiare e ben definite in mente e possiamo partire da questa domanda: qual’è lo scopo di dare una disciplina ai bambini?

A cosa serve la disciplina?

Per tutti sarà chiaro lo scopo a breve termine: promuovere all’esterno un comportamento adeguato. Tuttavia c’è anche un obiettivo “nascosto”, più profondo, ovvero sostenere lo sviluppo di una struttura cerebrale che consenta al bambino di comportarsi meglio ed affinare le proprie abilità relazionali negli anni a venire. In questo senso disciplina vuol dire insegnamento.

Uno dei modi più gettonati di lavorare sulla disciplina è quello della punizione, tuttavia, considerando entrambi i livelli di azione della disciplina, possiamo rivalutarne l’utilità. La punizione può aiutare a raggiungere lo scopo a breve termine, cioè interrompere un comportamento “negativo”.

Ma a quale prezzo?

Quando reagiamo rabbiosamente d’impulso o usiamo la punizione il bambino impara ad inibire il comportamento disfunzionale solo per un’associazione con la paura, mentre invece potrebbe acquisire capacità più profonde e durature che vanno ben oltre  quest’associazione superficiale. Quanto appreso tramite punizione, infatti, ha anche una breve durata!

Inoltre con le punizioni trasmettiamo ai bambini che il potere e il controllo sono mezzi efficaci per ottenere ciò che vogliamo…e -a proposito di disciplina- questo può letteralmente ritorcesi contro di noi!

Ci sono modi più efficaci di intervenire che,  pur riducendo la probabilità del comportamento indesiderato, contribuiscono anche a sostenere lo sviluppo di capacità mentali fondamentali. Strade attraverso le quali il bambino, invece di inibire il suo comportamento per paura di una reazione genitoriale, compie una profonda esperienza di apprendimento.

Le tre domande della disciplina

Invece di reagire d’impulso al comportamento sbagliato di nostro figlio, possiamo fermarci un momento e cercare di comprendere più chiaramente quello che sta succedendo. E’ un passo fondamentale che permette di aprirci con sensibilità al problema e far emergere una soluzione tagliata su misura, tenendo a mente non solo l’obiettivo a breve termine della disciplina, ma anche quello più duraturo.

Ecco le tre domande che ci possiamo porre:

  1. Perché mio figlio si è comportato così? Spesso, quando i bambini mettono in atto un comportamento sbagliato, cercano di comunicare qualcosa. Se ci chiediamo il perché di questo comportamento, con una curiosità autentica, possiamo trovare delle risposte che vanno ben oltre a quelle che sorgono automaticamente nella nostra mente quando siamo accecati dal nostro stato mentale in una situazione difficile. Infatti i comportamenti “sbagliati” dei bambini possono toccare delle corde profonde, possono farci sentire attaccati, arrabbiati, impotenti o inadeguati, e spesso accade di leggerli così: “si comporta male perché è viziato/ è monello / vuole farmi arrabbiare/ cel’ha con me”. Andare al di là di queste risposte può farci arrivare ad un nucleo profondo, a comprendere i bisogni che il bambino sta esprimendo in quel momento (magari in modo un po’ sgangherato, ma è quello che riuscito a mettere insieme). Porsi delle domande sul comportamento del bambino non significa legittimarlo, ma semplicemente cercare di comprenderlo.
  2. Cosa voglio insegnare a mio figlio in questo momento? Non vogliamo dare punizioni per il gusto di farlo, vogliamo insegnare qualcosa. E questo va tenuto a mente. Vogliamo poter insegnare ai nostri figli a controllarsi, ad esprimere in modo adeguato le emozioni, a condividere gli oggetti, a comportarsi in modo responsabile e molto altro.
  3. Come posso fornire questi insegnamenti nel modo migliore? Prendersi una pausa per riflettere su queste tre domande è un passo fondamentale per imparare a rispondere consapevolmente anziché reagire in modo automatico. Può aiutarci a vedere che ci sono delle soluzioni migliori rispetto ad una reazione escandescente o ad una punizione decisa a priori. A volte è più utile avvicinarsi a nostro figlio, fargli sapere che ha tutta la nostra attenzione, che capiamo come si sente e aiutarlo a calmarsi. Solo quando si è calmato possiamo parlare con lui di come si è comportato e valutare insieme come può fare le prossime volte. Cercare di “ragionare” con lui quando è “su di giri” non servirà a nulla, se non ad agitarlo ancora di più.

 

Coltivare la strada della consapevolezza

Forse utilizzare questi semplici passi le prime volte potrà sembrare un po’ artificioso, magari difficile. Tuttavia queste domande possono aiutare a non farsi travolgere dalla situazione e affrontare la rabbia e l’agitazione di vostro figlio nel momento in cui si presentano. “Domandarsi “perché, cosa e come” può diventare un modo per fermarsi e fare chiarezza anche quando fuori regna il caos.” Quante più volte ripetiamo questa strada, tanto più ci verrà naturale e spontaneo farlo. Così come quando scegliamo un percorso nell’erba alta poi diventa più facile ritrovarlo e ripeterlo.

Il vantaggio? Dover ricorrere molto meno spesso a strategie disciplinari. Perché in questo modo “modelliamo” il cervello del bambino a comprendere il rapporto tra emozioni e comportamento e a prendere decisioni più sagge e, dall’altra parte, saremo pronti a capire cosa gli sta succedendo e a fargli da guida prima che la situazione diventi ingestibile.

Tratto da: Daniel J. Siegel e Tina Payne Bryson (2015), La sfida della disciplina. Governare il caos per favorire lo sviluppo del bambino. Raffaello Cortina Editore.

Photo by: Flickr

© Daniela Rosadini, 2018

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