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Quante volte il più grande insegnamento ci è arrivato da una storia? E poi come mai proprio una storia può esserci utile, anche se non riguarda noi, anche se di fantasia? Il nostro modo di stare nel mondo, in un certo senso, è interamente costruito sulle storie: quelle che ci siamo narrati per spiegarci le cose, quelle che ci ha narrato qualcun altro mentre crescevamo. Le storie hanno un elemento importante, connaturato a tutte le cose che aiutano a creare conoscenza: fanno emozionare. Non tutte toccano le nostre corde, ma quando lo fanno rimangono. E rimangono non solo nella mente, non solo a livello immateriale. Fioriscono circuiti nel nostro cervello.

Per un “grande” le storie emozionanti spesso si riducono. L’esperienza del mondo è più vasta di quella di un bambino, dopo un po’ “si son viste tutte“. La bellezza che può essere vista dagli occhi di un bambino è data anche da questo, dall’avere una mente libera, fresca, nuova. Dall’avere la possibilità di godersi ogni momento come se fosse il primo, ed in certi casi lo è letteralmente. Questo potrebbe farvi venire in mente la pratica di mindfulness, la pratica di consapevolezza. In effetti, una delle tante cose che si impara a fare è lasciar andare, lasciar andare tutti i pregiudizi costruiti su quello che accade, imparare a metterli da parte per notare le cose come realmente sono.

Oggi la scienza ci spiega anche come mai le storie rimangano impresse, o meglio, ci spiega che cos’è che ci aiuta a memorizzare con grande efficacia qualcosa: le emozioni. Fino a qualche anno fa si pensava l’essere umano fosse una creatura prevalentemente cognitiva, con una “spruzzatina” di emozioni qua e là, totalmente al servizio del pensiero. Oggi si è scoperto come quest’assunto fosse errato. Siamo esseri prevalentemente emotivi, i nostri pensieri vengono indirizzati dalle emozioni come una barca a vela viene sospinta dal vento. E c’è di più. Quando si manifesta un’emozione forte, piacevole o spiacevole, la memoria cattura con grande facilità quel momento. Pensateci, anche ora che mi state leggendo. I ricordi più salienti della vostra vita sono o non sono ben connotati da un’emozione? Il primo giorno di scuola, il primo bacio, la prima festa senza i genitori, la prima notte nella casa nuova o chissà che altro.

Il nostro cervello è una struttura così meravigliosa da segnarsi precisamente quello che accade con forti emozioni. Perché? Perché questo ci aiuta a sopravvivere nel mondo. Le emozioni non dovrebbero essere classificate come belle o brutte, perché questo le fa suonare come giuste o sbagliate troppo facilmente. Piacevoli e spiacevoli sono termini più obiettivi, che però non le privano della loro funzione principale: segnalarci come stiamo. Proviamo qualcosa di intenso e si formano collegamenti, nascono connessioni, si aprono strade. Per questo è così importante praticare la consapevolezza, è così importante conoscere e saper regolare le proprie emozioni: perché anziché “sopravvivere” e basta, possiamo imparare a sfruttare a pieno quello che abbiamo, possiamo navigare sulle onde della vita con maestria.

E cosa c’entra tutto questo cappello introduttivo con il succo di mela? Ci sono insegnanti di meditazione che fanno largo uso della poesia, ma a me non risuona. Apprezzo quando riesco a cogliere una poesia, ma la mia “pancia” preferisce altro. Un po’ come mangiare burro e salvia. Buono, ma se posso scegliere vado di aglio olio e peperoncino. Ed eccoci qui, ecco perché una storia, a me suonano quelle. Questa a me ha fatto emozionare, mi ha colpito. È di Thich Nhath Hanh, dal libro “Il sole nel mio cuore”.

Che possa far emozionare anche voi,
Che possa esservi utile, grandi e piccini

Oggi tre bambini, due femminucce e un maschietto sono venuti dal paese vicino per giocare con Thanh Thuy. Tutti e quattro se la sono svignata per andare a giocare sulla collina dietro casa e dopo un’oretta sono tornati assetati. Ho preso l’ultima bottiglia di succo di mela fatto in casa e ho versato a ciascuno un bicchiere bello pieno. In quello di Thuy, che ho riempito per ultimo, è scivolata un po’ di polpa dal fondo della bottiglia.

Thuy ha messo il broncio e si è rifiutata di berlo. Poi, i quattro bambini sono tornati ai loro giochi sulla collina, ma Thuy era rimasta senza bevanda.
Un’ora e mezzo più tardi, mentre sedevo in meditazione nella mia stanza, l’ho sentita chiamarmi. Tentava di riempirsi da sola un bicchiere d’acqua, ma anche sollevandosi sulle punte dei piedi, non arrivava al rubinetto. Le dissi che sul tavolo l’aspettava ancora il succo di mela: poteva bere quello. Thuy l’ha guardato e si è accorta che la polpa si era depositata e il liquido appariva chiaro e limpido.

Si è avvicinata, ha preso il bicchiere con le due manine ne ha benuto metà, poi l’ha posato e mi ha chiesto: “È un bicchiere nuovo, zio monaco?”
“No”, ho risposto, “è lo stesso di prima. È stato seduto buono per un po’, e adesso è chiaro e limpido”. Thuy l’ha guardato di nuovo. “È davvero diventato buono. Ha fatto meditazione come te, zio monaco?”.

Ho riso e le ho accarezzato la testa. “No, sono io che imito il succo di mela quando sto seduto. È più giusto dire così”. (…)
Senza dubbio, Thuy ha pensato che il succo di mela è rimasto a sedere per un po’ per diventare limpido, come fa lo zio monaco. “Ha fatto meditazione come te?”. Io credo che Than Thuy, che ha quattro anni e mezzo, capisca il significato della meditazione senza bisogno di spiegazioni. Il succo di mela se ne è stato tranquillo ed è diventato limpido. Anche noi, sedendo in meditazione, diventiamo limpidi. Questa limpidezza ci ristora, ci dà forma e serenità. Se in noi c’è freschezza, anche ciò che ci circonda ne viene ristorato.

@Niccolò Gorgoni

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