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“Non ce la facevo più e alla fine gli ho dato una sculacciata…”

“Mel’ha proprio tolta dalle mani!”

Una delle reazioni automatiche a cui ricorrono più spesso i genitori quando sono alle prese i comportamenti difficili dei loro bambini è la “sculacciata”. Mentre in alcuni paesi è vista come una prassi educativa abominevole, in Italia è piuttosto diffusa. Non ci stupiamo se ai giardini vediamo un bambino che, dopo aver tirato la corda per un po’, se ne becca una. Proprio per questa ragione è un tema che merita un’accurata riflessione. Le frasi che sento ogni giorno dai genitori lasciano trapelare la consapevolezza che non sia la strategia educativa migliore…tuttavia una volta messi alle strette, per molti, rimane uno schema automatico di risposta in cui è facile scivolare.

Quindi ecco qua le parole della scienza, tratte dal libro “La sfida della disciplina. Governare il caos per favorire lo sviluppo del bambino” di Daniel J.Siegel e Tyna P. Bryson. Non sono riflessioni per giudicare o condannare, vogliono essere uno spunto per sostenere nel -difficile- compito di fare il genitore, per avere più conoscenze che orientino verso scelte consapevoli.

Molti studi evidenziano che, pur essendo genitori amorevoli, sculacciare il bambino è poco efficace per modificare il comportamento a lungo termine ed è associato a esiti negativi in altri ambiti. Infatti qualsiasi approccio disciplinare che provochi dolore al bambino sposta l’attenzione dal comportamento sbagliato (e la necessità di cambiarlo) alla reazione del genitore. Il bambino rimuginerà su quanto sia ingiusto il genitore che lo ha ferito, o su quanta paura ha di lui, più che riflettere sulle sue azioni.

Oltre a non aiutare a migliorare il comportamento sbagliato del bambino questa strategia non favorisce lo sviluppo cerebrale infantile. Ogni volta in cui passiamo ad un’azione violenta (a livello fisico o verbale) sprechiamo l’opportunità di far riflettere il bambino su ciò che ha fatto e gli togliamo l’opportunità di entrare in contatto con le sue emozioni, come un pizzico di senso di colpa e di rimorso.

Il cervello e la paura senza sbocco

 

Un pardosso “cognitivo”.

Il cervello interpreta il dolore come una minaccia. Quando il genitore è la fonte di questo dolore il bambino si trova di fronte a un paradosso senza soluzione.

Ogni bambino nasce con la predisposizione a ricercare, nei momenti di paura e di difficoltà, la vicinanza di persone che si prendono cura di lui, per ricevere conforto e protezione. Ma quando queste persone sono le stesse che causano sofferenza e paura il cervello del bambino rimane disorientato. Un circuito cerebrale lo spinge a cercare di fuggire dal genitore, un altro lo spinge ad andare verso il genitore. E’ un paradosso senza via d’uscita:  non è possibile avvicinarsi e allontanarsi contemporaneamente dalla stessa persona. Inoltre anche la paura del bambino non ha soluzione: da solo non può gestirla, infatti rimane attiva, creando molta sofferenza.

Quando queste esperienze vengono ripetute nel tempo viene rilasciata una grande quantità di cortisolo, l’ormone dello stress, che è altamente nocivo per il cervello e ne compromette la crescita sana (fino a distruggere le cellule cerebrali).

Cosa vogliamo insegnare?

Quando si utilizzano le sculacciate, le mortificazioni, le minacce insegniamo ai nostri figli che per reagire alle situazioni conflittuali l’unica strategia che conosciamo è la violenza, per di più quando abbiamo a che fare con qualcuno di più piccolo e con meno risorse. Non utilizzo la parola violenza solo per indicare la violenza fisica ma mi riferisco a tutto ciò che riporta alla supremazia del più forte.

Se pensiamo alla disciplina come educazione, se ci rendiamo conto che i bambini imparano più che altro da come ci vedono comportarci con gli altri e con loro stessi, possiamo comprendere l’importanza delle nostre azioni più semplici.

Per aiutarci possiamo porci questa domanda: “Voglio davvero insegnare a mio figlio che l’unico modo per risolvere una situazione conflittuale è provocare sofferenza fisica (e non), in particolare in una persona indifesa che non può reagire?”

Insegnare a nascondersi

Le conoscenze sul cervello e sul corpo confermano che gli esseri umani sono predisposti a evitare il dolore. Le sculacciate dopo i comportamenti sbagliati, oltre a non estinguere tali comportamenti danno esito ad altri “effetti collaterali”. Spesso accade che i bambini diventino molto abili a nascondere i loro errori, per evitare la punizione fisica, e questo è ben lontano dal favorire una comunicazione aperta e collaborativa  e un atteggiamento ricettivo nei confronti degli insegnamenti degli adulti. Induce sempre di più a nascondersi e a mentire

Allenare il cervello

Cervello rettiliano, cervello mammifero e neocorteccia.

Quando veniamo minacciati o attaccati fisicamente è la parte più antica del nostro cervello a prendere il sopravvento. Il cervello rettiliano è il “responsabile” delle risposte istintive di attacco, fuga e congelamento. Questa parte del nostro cervello ci fa funzionare proprio come un serpente messo all’angolo: reagiamo senza possibilità di riflettere.

E’ proprio questo che accade ai bambini quando si incute loro timore o si provoca loro sofferenza fisica: si induce un aumento di energia ed informazioni verso le parti più primitive e più reattive del loro cervello, invece di indirizzare a regioni più evolute e razionali, che consentirebbero di sostenere la capacità di riflettere su quanto accade e di prendere delle decisione sagge, gestendo al meglio le proprie emozioni.

Vogliamo davvero scatenare una risposta reattiva del cervello rettiliano oppure vogliamo insegnare ai bambini ad attivare sempre più la propria parte riflessiva, aiutandoli a farle lavorare insieme ed in armonia?

Ogni volta che inneschiamo gli stati reattivi, perdiamo l’occasione di sviluppare la parte riflessiva: è un’opportunità sprecata. Ci sono molte altre strategie per insegnare la disciplina ai bambini, strategie che portano ad “allenare” le regioni superiori, aiutando i bambini a diventare persone sempre più responsabili.

Si comporteranno bene perché riflettono su quello che accade e non per paura delle nostre punizioni.

Le parole dei bambini

Alberto Pellai ha scritto una filastrocca un po’ particolare su questo tema, la trovate nel libro “Nella pancia del papà” edito da Franco Angeli. L’autore, psicologo e psicoterapeuta dell’età evolutiva, racconta che ogni volta che gli è capitato di leggerla ad un bambino gli si è illuminato il volto, come a dire: “è proprio così!”
Qualche bimbo gli ha chiesto anche di farla leggere ai suoi genitori. Quindi eccola per voi:

Lo schiaffo è una bomba che scoppia in faccia
Fa sì che un bambino per sempre taccia.
Fa male alla pelle ma ancor di più
Mi affoga nell’ansia e non vengo più su.
Se credi che per riuscire a calmarmi
Lo schiaffo ti serve e può fermarmi
Ti dico che invece uno schiaffo è una bomba
Che spinge noi bimbi a un silenzio di tomba.
Così non potremo mai più raccontare
Che cosa ci aveva fatto arrabbiare.
A volte un capriccio vuol farti capire
Che provo qualcosa che non riesco a dire.
Ho poche parole e molti pensieri
Per dirti che anch’io ho momenti neri.
Se provo paura, ho il cuore in subbuglio
A volte qualcosa ti dico e farfuglio
Ma spesso è più facile per un bambino
Star zitto e fare il birichino.
Lo so che non devo farti arrabbiare
Ma a volte non mi so proprio fermare.
Tu mettimi allora in castigo e se puoi
Non darmi mai schiaffi è il patto fra noi.

Alberto Pellai

© Daniela Rosadini, 2018

Tratto da:

Daniel J. Siegel e Tina P. Bryson, La sfida della disciplina. Governare il caos per favorire lo sviluppo del bambino, Raffaello Cortina Editore

Alberto Pellai, Nella pancia di papà, Franco Angeli

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