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Se c’è una definizione di mindfulness che corre di bocca in bocca è che la mindfulness è la propensione ad essere consapevoli di quello che accade nel presente senza giudicare e senza presumere di sapere. Quello che è strano è che la nostra cultura, parlo della cultura occidentale, è sempre stata orientata, invece ad un pensiero produttivo. E adesso si mostra invece molto orientato ad un pensiero contemplativo. Come mai? Credo di avere qualche ipotesi: la prima è che siamo una società ansiosa e che niente, più dell’ansia, ha una influenza sulla capacità di apprendimento. La seconda è che gli insegnanti si trovano di fronte a problemi mai incontrati prima. I ragazzi non hanno più “solo” bisogno di contenuti ma sono estremamente sensibili agli aspetti relazionali, di modeling, nei confronti della figura dell’insegnante e sensibili al modo in cui questi contenuti vengono offerti. In poche parole regolazione emotiva e regolazione cognitiva finiscono per essere sempre più intrecciate ( e qui, forse, torniamo alla prima ragione:l’ansia).

Apprendere creativamente

Per generazioni di studenti l’apprendimento non è stata una esperienza di creatività ed entusiasmo ma una esperienza di passività, una passività che spesso comporta un apprendimento superficiale. Come se il punto fosse accontentare gli insegnanti e conformarsi  ai programmi didattici ma non ci fosse la possibilità di essere stimolati da ciò che è necessario imparare. Alcuni esempi: ad un gruppo di studenti di Scuola media era stato dato il seguente problema. Su una barca ci sono 26 pecore e 10 capre. Quanti anni ha il comandante della barca? L’88% ha risposto 36 anni, senza rendersi conto che era una domanda assurda quella che veniva posta. Ad un altro gruppo di studenti veniva posto un problema di matematica, alla metà del campione veniva chiesto, prima, di ridefinire con parole loro, per scritto il problema. Ad un altro gruppo solo di risolvere il problema. L’intenzione dei ricercatori era capire quali potessero essere le fallacie di ragionamento che portavano ad errori nella soluzione. La sorpresa è stata accorgersi che gli studenti che avevano ri-scritto il problema l’avevano risolto in modo nettamente migliore degli altri perché questo li aveva “costretti” a porre una diversa attenzione. Li aveva costretti a “stare presenti”, ad essere mindful, cioè attenti.

Cosa vuol dire “stare presenti”

Essere presenti vuol dire essere focalizzati su quello che sta avvenendo – sia dal punto di vista percettivo che cognitivo – non distratti da pensieri o stimoli intrusivi che, anche se presenti, non hanno la forza di distogliere l’attenzione. Essere mindful, consapevoli, è la capacità di sintonizzarsi con questi eventi, come se fossimo dei testimoni, scegliendo cosa fare, e cosa non fare. Può essere una scelta intenzionale, attraverso la focalizzazione sul respiro, oppure una consapevolezza aperta. Questo permette di vedere una situazione da diverse prospettive, cogliere gli elementi di novità presenti e creare nuove categorie di comprensione dell’esperienza. Da questo punto di vista potremmo dire che, poiché la capacità di consapevolezza è una capacità naturale, è responsabile della nostra apertura alle novità, della nostra attenzione ai particolari, della nostra sensibilità ad un contesto e alle sue molteplici sfaccettature e ci rende orientati nel presente. Insomma potrebbe essere un semplice tratto del nostro carattere: un tratto che va coltivato, come ogni cosa del resto.

Che relazione c’è tra stress e apprendimento

Rispetto allo stress una cosa è certa: non possiamo eliminarlo e, dalla nascita in poi, maturiamo dei modi per rispondere alle situazioni – più o meno stressanti – che incontriamo quotidianamente. Il punto però è un altro: lo stress è storico. Lo stress che vivevano i nostri nonni non è paragonabile allo stress che affrontiamo noi. Se per loro una bella vacanza in campagna era l’ideale, per noi una vacanza in un posto senza connessione internet può essere una sfida piuttosto stressante (almeno al ritorno, quando veniamo invasi dalle mail inevase).

La nostra percezione dello stress ha una diretta influenza sui processi di apprendimento ed è – esso stesso – una forma di apprendimento. Per una ragione fisiologica. Se lo stress supera la nostra finestra di tolleranza attiva la risposta del sistema difensivo (il sistema di attacco o fuga) che coinvolge il mesencefalo, bloccando i processi corticali di ordine riflessivo. In poche parole si attiva una risposta – già pronta – d’emergenza. Purtroppo attiviamo questo sistema di risposte anche in casi in cui non c’è una vera emergenza.

Una ricerca del 1994 (Kiselica, Baker,Thomas & Reedy) ha seguito per due anni un gruppo di bambini che avevano 8 anni all’inizio dello studio longitudinale. Il risultato è stata una correlazione inversamente proporzionale tra rendimento scolastico e eventi stressanti collegati alla salute fisica. Inoltre lo stress infantile è spesso precursore di disturbi emotivi in età adulta.

Le ricerche indicano che includere programmi per la riduzione dello stress nei curricula scolastici è associato ad un miglioramento della performance scolastica, dell’autostima, dell’umore, della concentrazione e dei disturbi di comportamento.

Attenzione e multitasking

La relazione tra apprendimento e attenzione è abbastanza ovvia: per poter imparare è necessario essere padroni dell’attenzione selettiva, quella che ci porta a focalizzarci su un unico compito. Quello che non sottolineiamo però è che sia l’attenzione che l’apprendimento sono fondamentali per dare significato all’esperienza e, quindi, motivazione all’apprendimento. Quindi tutto quello che migliora l’attenzione non ha solo una ricaduta diretta sulla performance scolastica ma anche sulla motivazione a studiare e sul grado di soddisfazione nei confronti dell’esperienza e non solo nei confronti del risultato.

Il punto è che, per un bambino, gli stimoli nuovi sono in qualche misura fonte di curiosità, in qualche misura fonte di eccitazione e infine anche di ansia. In che percentuale stanno le tre componenti dipende da quanto stress vive un bambino. Se è in una situazione stressante o iperstimolante è molto probabile che gli elementi di novità vadano ad alimentare l’ansia rendendolo iperattivo ma incapace di una attenzione prolungata. Il risultato quindi è che, sulla lunga distanza la sua capacità di apprendimento risulta diminuita.

Le tre A: ansia, attenzione, apprendimento

Nel 2005 una ricercatrice americana dell’università dell’Arizona, Maria Napoli, ha pubblicato i risultati di una ricerca sulla relazione tra pratiche di mindfulness e economia dell’attenzione in un gruppo di 300 studenti suddivisi in tre diversi gradi scolastici corrispondenti alla nostra scuola primaria di primo e secondo grado e alla nostra scuola secondaria. Il training durava 24 settimane, un tempo maggiore rispetto agli interventi di ricerca sulla mindfulness.Lo scopo del training – Attention Academy Program (AAP) – era aiutare gli studenti a migliorare la loro qualità di vita attraverso la mindfulness. Questo veniva realizzato attraverso tre obiettivi di ricerca: 1) aumentare la loro capacità di attenzione sul presente; 2) avvicinarsi all’esperienza senza giudizio, 3) guardare ad ogni esperienza per i suoi elementi di novità. I partecipanti alla ricerca venivano valutati con una batteria di test prima e dopo l’intervento, sia rispetto all’attenzione che rispetto all’ansia.

I risultati indicavano che c’era una correlazione tra la diminuzione dell’ansia, l’aumento dell’attenzione selettiva e il conseguente miglioramento della capacità di apprendimento. Il livello di ansia finiva per diventare l’anello tra la regolazione cognitiva e la regolazione emotiva di questo gruppo di studenti che non aveva, occorre evidenziarlo, diagnosi di rischio.

Concludendo

Possiamo quindi ipotizzare che uno degli elementi chiave per la regolazione cognitiva – l’attenzione selettiva – è anche quello che risulta più compromesso nelle situazioni di ansia. Scolastica o personale. E che la dieta, sovra-stimolante, a cui sono sottoposti i bambini forse non li rende più intelligenti ma più agitati. Molte ricerche avvalorano l’importanza (Ballinger & Heine, 1991; Cheung, 1999; Dendato & Diener, 1986; Kiselica,Baker, Thomas & Reedy, 1994; Shillingford & Shillingford-Mackin, 1991,Elkind, 2001; Gallagher & Satter, 1998; Kiselica et al., 1994, Young, 1995), ai fini dell’apprendimento, di interventi che riducano lo stress infantile.

Ci aspettiamo dagli insegnanti che insegnino senza avere i mezzi per affrontare i molti cambiamenti che sono avvenuti negli ultimi 20 anni. Gli insegnanti e gli studenti stanno affrontando molto più stress e burn out che in passato. La mancanza di rispetto, l’esaurimento emotivo, le difficili condizioni lavorative, il salario, le preoccupazioni relative alle famiglie, agli studenti contribuiscono al burnout e allo stress degli insegnanti. (Adams, 2001; Buell, 2001; Cutrer & Daniel 1992; Embich 2001). to transfer these skills to their students to help them focus and reduce stress.

© Nicoletta Cinotti 2017 Foto di © ondanews

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