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Le esperienze infantili e la salute: il progetto Adverse Childhood Experience

Le esperienze infantili e la salute: il progetto Adverse Childhood Experience

Le esperienze infantili e la salute

Siamo ormai molto abituati a pensare che le nostre esperienze infantili condizionino la nostra salute psichica. È nuova, invece, l’idea che l’effetto riguardi anche la salute fisica. Un’idea che nasce da un enorme studio longitudinale (con 17.000 persone per un arco di 16 anni) condotto negli Stati Uniti dal Dipartimento di medicina preventiva del Kaiser Permanent di San Diego, in California, sotto la direzione di Vincent Felitti.

Un progetto sperimentale sul trattamento dell’obesità

Zemanta Related Posts ThumbnailAll’inizio degli anni ’80 Felitti stava seguendo un programma sperimentale per il trattamento dell’obesità. Il programma aveva ottimi risultati sul piano della perdita di peso dei pazienti ma pessimi risultati sulla loro compliance, con una altissima percentuale di abbandoni soprattutto tra i pazienti che ottenevano i migliori risultati.
La singolarità della situazione spinse Felitti e i suoi collaboratori a intervistare questi pazienti sulle ragioni del loro abbandono, andando ad ampliare l’intervista anche con domande che riguardavano, per la prima volta, i fatti importanti della loro storia emotiva.
Queste domande vertevano attorno al tema del peso; erano domande come, a che età hai iniziato ad ingrassare, eri timido a scuola, a quale peso sei diventato sessualmente attivo, ect. E quest’ultima domanda è stata una delle domande chiave per l’indagine di Felitti. Gli permise infatti di scoprire che il 28% delle pazienti di sesso femminile e il 16% degli uomini avevano alle spalle una storia di abuso sessuale e che l’obesità, anche per gli altri pazienti, era insorta successivamente a episodi emotivamente difficili: non solo abusi sessuali, ma anche lutti, divorzi, maltrattamenti tra i genitori e una lunga lista di altri eventi difficili. I dati del campione però erano troppo piccoli (286 persone) per poter essere ritenuti significativi.

Nasce il progetto A.C.E. Adverse Childhood Experience

infanziaA questo punto era inevitabile che Felitti, nel cui Dipartimento di Medicina Preventiva vengono seguite 50.000 persone, aprisse una ricerca su larga scale, denominata ACE (Adverse Childhood Experiences, tradotto in italiano Esperienze infantili negative)
Inizialmente venne costruita una coorte di 26.000 persone ma i partecipanti al progetto sono stati poi, come dicevo poc’anzi, 17.000, con un 70% di popolazione bianca e il restante 30% tra cittadini neri e asiatici. Tutti provenienti dalla classe media. Il vantaggio secondario per tutti i partecipanti era la possibilità di un check up completo a costo zero.
I partecipanti ricevevano due interviste: la prima era un’anamnesi classica corredata da una prime serie di analisi mediche, condotta a casa. La seconda intervista approfondiva gli aspetti relativi alla salute emotiva e veniva condotta in ospedale per permettere le analisi mediche strutturali, come TAC, RM e altro.
Dopo questi esami il gruppo veniva diviso in tre mega fasce a seconda dello stato di salute – sano, a rischio, malattia in corso. Ovviamente, nel caso della diagnosi di malattia, le persone venivano inviate al medico competente. I primi dati vennero raccolti nel 1995 e furono necessari due anni di lavoro per analizzarli compiutamente. Nel 1998 fu pubblicato il primo articolo.
Le esperienze infantili negative vennero categorizzate in 10 tipologie. Tre categorie riguardavano gli abusi, cinque categorie riguardavano il contesto ambientale negativo e le restanti due categorie, stati di abbandono fisico o emotivo.

Le statistiche del progetto

La prima sorpresa fu scoprire che tutte e dieci le categorie avevano lo stesso impatto statistico sulla successiva vulnerabilità alle malattie, tanto che venne adottato un punteggio – chiamato ACE SCORES – complessivo che esprimeva il numero di esperienze negative infantili, avvenute nei primi 18 anni di vita.
La scoperta fu che c’era una correlazione tra il numero di esperienze infantili negative subite e la presenza di gravi disturbi come cancro,malattia ostruttiva polmonare cronica, malattie del fegato, problemi alle coronarie, depressione, suicidio, diabete, cefalea cronica.

Per fare un esempio, con un punteggio superiore a sei c’è il 46% di probabilità che la persona sviluppi una dipendenza da sostanze. Ovviamente un punteggio di sei e oltre correla anche con una percentuale molto alta di suicidi, risultato che conferma le lettura psicologica dei disturbi psichici.

Ma la ricerca di Felitti non si ferma a questa conferma: una persona con un punteggio di quattro o superiore a quattro ha un incremento di 250% di avere una malattia del fegato e del 550% di diventare alcolista. Anche se è vero che una correlazione statistica non è una causa, è vero che è impressionante la gradualità di aumento delle malattie man mano che aumenta il punteggio ACE che indica il maltrattamento subito nell’infanzia.

Inoltre, se le persone vengono intervistate su quella che, secondo loro, è la causa della loro malattia, ossia se viene lasciato spazio alla loro narrativa sulle origini del loro malessere, i dati hanno una concordanza che assume percentuali impressionanti. Implicitamente, le persone fanno il loro personale punteggio ACE, che non differisce in maniera significativa da quello che hanno ricostruito i ricercatori. (Questi dati sono rintracciabili sul sito www.ACEStudy.org).

Come una esperienza emotiva diventa un sintomo fisico

Adesso il punto è comprendere come le esperienze infantili si possano trasformare successivamente in malattie fisiche, oltre che psichiche. Per fare questo Felitti prende ad esempio l’obesità, un disturbo per il quale disponiamo di moltissime soluzioni diverse ma che, ciononostante, ha un altissimo grado di fallimento nei trattamenti ( circa il 70% delle persone con un problema di obesità non riescono a concludere i programmi di dimagrimento o, se li concludono, recuperano prontamente il peso, spesso con un ulteriore aumento).
Felitti individua due aspetti basilari: il primo riguarda i benefici psico affettivi del cibo e il secondo riguarda i benefici in se e per se dell’obesità. L’analisi di questo secondo punto è stata affrontata di nuovo chiedendo direttamente ai pazienti perché le persone diventano grasse.

Le risposte sono illuminanti e rientrano principalmente in tre grandi gruppi:

  • le persone grasse ricevono meno sollecitazioni all’azione, vengono lasciate “più in pace”, anche sessualmente;
  • ci sono meno aspettative su di loro,
  • la perdita di peso può, per diverse ragioni essere vissuta come una minaccia, come hanno spiegato alcuni dei pazienti della ricerca, ossia l’obesità è percepita come fisicamente protettiva.

In poche parole i benefici soggettivi sono più alti, per la popolazione obesa, dei danni fisici che questo comporta e senza una opportuna presa in carico di questi benefici e la costruzione di alternative altrettanto benefiche, i programmi di dimagrimento sono destinati ad avere scarse probabilità di successo.

Il beneficio soggettivo della malattia

Per estensione questo stesso livello di beneficio soggettivo si riscontra anche nei confronti di altre malattie. In molti altri casi questo beneficio soggettivo, caratterizzato dall’avere benefici a brevissimo termine e danni a lungo termine, è quello che domina i comportamenti a rischio per la salute. Nessuno fuma per avere un cancro ai polmoni, eventualità che si verifica a lungo termine, ma tutti fumano per gli immediati benefici portati dalla nicotina: riduzione dell’ansia e della depressione, riduzione dell’aggressività, riduzione della fame.

Questo dimostra che molte delle nostre abitudini malsane sono, in realtà, delle strategie di coping che hanno alla base una modalità di evitamento del vero problema sottostante. Non affrontano cioè il dolore ma trovano immediato sollievo dal dolore stesso attraverso l”uso di sostanze o attraverso forme indirette di abuso di se stessi. Questo costituisce il legame tra l’aspetto fisico e psichico di molte malattie. La malattia nasce nello sforzo di evitare di sentire il vero dolore e affrontarlo in profondità. Per fare questo adottiamo strategie di coping che danno un sollievo immediato. Oppure, e questa è l’altra causalità prevalente, attraversiamo un periodo depressivo che rende il nostro sistema immunitario meno attivo rispetto a mutazioni cancerogene o agenti infettivi.

Lo stress e la malattia

Prolungati periodi di stress hanno sul nostro organismo lo stesso effetto di prolungati trattamenti di cortisone: in entrambi i casi, infatti, aumenta il livello di cortisolo nel sangue con le conseguenze che il cortisolo ha sul metabolismo, sull’assorbimento del calcio e sulla soppressione del sistema immunitario. Senza contare che alti livelli di cortisolo aumentano la presenza ematica di citochine pro infiammatorie responsabili di molti processi degenerativi a carico del sistema circolatorio.

Percorrendo la strada dello stress andiamo a percorrere di nuovo la strada della relazione tra i punteggi ACE e l’insorgenza delle malattie perché sappiamo che uno stress prolungato, per cause fisiche o psichiche, produce a lungo termine lo stesso aumento di cortisolo nel sangue.

L’effetto della partecipazione alla ricerca

Ma il risultato più interessante della ricerca di Felitti non riguarda solo la necessità di includere domande orientate ad investigare i traumi emotivi nell’anamnesi dei pazienti, quanto la scoperta che le persone che hanno partecipato alla ricerca sono ricorse il 35% in meno a terapie mediche e un 15% in meno di ricorso medio al Pronto Soccorso, di un gruppo di controllo di pari condizioni.

E questo perché il semplice fatto di aver incontrato la possibilità di essere ascoltati e accettati per le loro esperienze traumatiche ha enormemente migliorato il loro benessere soggettivo. Questi risultati dimostrano che chiedere, ascoltare, accettare, spesso è tutto ciò di cui si ha bisogno.

Questi dati devono far riflettere sull’importanza di una medicina che non sia solo un modello reattivo causa-effetto ma un modo comprensivo di guardare alla persona, alla sua storia, senza una stretta separazione tra dati fisici ed emotivi, incominciando ad inserire, tra gli elementi di base di una buona medicina preventiva, un sostegno alla genitorialità che “educhi” i genitori non solo alla risposta ai bisogni fisici ma soprattutto una attenzione ai bisogni emotivi.
I programmi di medicina preventiva, secondo Felitti, dovrebbero includere dei programmi per il miglioramento delle capacità genitoriali, a partire dal fatto che molti genitori non hanno ricevuto certamente abusi e molestie ma, forse, nemmeno quell’attenzione e cura che oggi dovrebbero avere per i loro figli. Quell’attenzione e cura che può essere appresa ricevendo un sostegno che fornisca loro una cura e un’attenzione spesso non sperimentata prima.A cura di © Nicoletta Cinotti 2016

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