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Il bisogno di sentirsi conosciuti e compresi

pollock 1948

Molti adulti, ormai perfettamente competenti e in grado di muoversi nel mondo professionale e personale, combattono ogni giorno con una sottile, solitaria e persistente sensazione di difficoltà rispetto all’essere davvero “conosciuti e compresi” anche dalle persone che li amano e le conoscono meglio. Cosa struttura questo sintomo così intimamente frustrante e doloroso? Spesso è una sensazione che inizia nell’infanzia e che, a tratti ricompare lungo tutta la nostra vita. A volte in adolescenza diventa un vero e proprio disturbo nella relazione con i genitori che, improvvisamente sembrano incapaci di comprendere il cambiamento e le esigenze che questo cambiamento comporta.
A volte per comprenderlo bisogna partire da lontano….

Partire da lontano…

Nel suo libro “Biopatia del cancro” Reich racconta, come esempi di casi, le esperienze con il figlio Peter. Peter dopo la nascita piangeva tanto, senza che i genitori sapessero come aiutarlo. Reich fu molto impressionato dall’esperienza di impotenza e sgomento verso il pianto del figlio. Un’esperienza comune a tanti genitori del mondo occidentale tecnicizzato:“Quel neonato era nato in un ambiente in cui il linguaggio espressivo dell’organismo veniva compreso e usato professionalmente. Era perciò tanto più sorprendente che i genitori si sentissero così sgomenti di fronte al linguaggio gestuale; nelle prime settimane avevano l’impressione di non sapere quasi niente della vita emozionale dei neonati. La mera cura meccanica naturalmente non soddisfa assolutamente i bisogni emozionali del neonato. Egli dispone di un’unica forma per esprimere i propri bisogni, cioè piangere. Quest’unico modo copre un’infinità di grandi e piccole esigenze, a cominciare dal fastidio di una piega dei pannolini fino alla colica.”. Giustamente, nota Reich, la sensazione di essere compreso calma il bambino ma non è una sensazione che nasce da una risposta meccanica, bensì dall’essere stati toccati da quel pianto e, in qualche modo, trasformati.

Il Pronto soccorso emozionale

Questa esperienza personale diede l’avvio allo sviluppo di un metodo dolce per bambini e genitori. Reich la denominò pronto soccorso emozionale. Questo lavoro doveva aiutare i neonati, bambini piccoli e genitori a sciogliere immediatamente e precocemente i blocchi acuti del linguaggio espressivo emozionale e fisico.
Reich cercò le origini del pianto di suo figlio. Era fermamente convinto che le urla del bambino non fossero di natura irrazionale. Ci doveva necessariamente essere una ragione per il comportamento del neonato. La risposta che i genitori trovarono era semplice: il pianto del figlio era l’espressione di protesta contro la noia e la mancanza di stimoli delle lunghe ore passate nella culla. Il bambino voleva il contatto fisico e la vicinanza del padre e della madre. Reich in una successiva lettera a Neill, uno dei suoi più intimi amici e collaboratori, scrisse:
Avresti mai creduto che un bambino di due o tre mesi non gradisce stare continuamente nel suo lettino da cui non può osservare movimenti e cambiamenti del suo ambiente? Invece è proprio così. Quando non dorme vuole che succeda qualcosa, e ti ricompensa con la più commovente gratitudine se gli dai l’occasione di vedere cosa succede attorno a lui. Nelle prime settimane, per esempio non sono riuscito a lavorare perché il bimbo piangeva quando era sveglio nel lettino. Dopo avevamo capito che potevamo lavorare – mia moglie scrivendo a macchina e io persino dettando testi difficili – se avvicinavamo il lettino abbastanza alla macchina da scrivere perchè il bambino potesse osservare il movimento sui tasti delle dita della madre“. Sempre a Neill, Reich scrisse:“ Forse ti sorprenderà, ma un bambino di tre mesi non è in alcun modo autistico. Il suo interessamento per l’ambiente è pienamente sviluppato. Devo constatare che l’affermazione del carattere autistico del neonato da parte degli psicanalisti sia un artefatto.”. Il pianto, in questo caso, esprime un precoce senso di solitudine e noia. Una esperienza che molti genitori possono aver fatto con i propri figli. I bambini desiderano compagnia: proprio come gli adulti.

Desiderare la compagnia?

In effetti molte persone non desiderano compagnia, si sentono più al sicuro da soli, al riparo dagli incerti eventi relazionali, al riparo dal dolore che la relazione può causare. Sperimentano, non tanto un sano ritiro riparativo – movimento relazionale fisiologico di cui tutti abbiamo bisogno – quanto uno stato più permanente di isolamento e protezione dalla relazione, spesso espresso dalla frase “preferisco stare da solo…”Cionostante le forme di contatto virtuale occupano così tanto spazio nella vita di tutti che è difficile credere che non svolgano proprio una funzione di “contatto sostitutivo”, protetto – si fa per dire – dalla rete in cui tutti torniamo ad essere adolescenti in cerca di “amici”

Il contatto

Attraverso questa esperienza da genitore, l’attenzione di Reich si rivolse in particolare alla qualità del contatto emozionale tra la madre e il neonato. La mancanza di contatto costituisce secondo Reich la principale ragione del passaggio dei processi di corazzamento dei genitori alla generazione dei figli. Se le forme dannose di comunicazione con i neonati sono ancora relativamente facili da eliminare, la vera origine della distruzione della vitalità emotiva dei neonati, per Reich e in bioenergetica, è da ricercarsi nella struttura emotiva degli adulti. Le precedenti esperienze di dolore e paura che le persone hanno fatto durante la vita prenatale, da neonati e da bambini piccoli agiscono attualmente in forma irrigidita nelle loro strutture di corazzamento. Nella vita quotidiana questo corazzamento caratteriale dei genitori si esprime come mancanza di capacità di contatto e di abbandono nel rapporto con i bambini. La tesi di Reich è che il sistema energetico aperto dei neonati porti i genitori in brevissimo tempo ai loro limiti personali. I blocchi emotivi vengono attivati e con loro i sistemi di difesa dell’organismo. La conseguenza è un’interruzione della vicinanza e del calore verso il bambino. Stress interno, irrequietezza, nervosismo e scarsa sensibilità per le esigenze del neonato sono solo alcuni dei sintomi di questo ritiro acuto e cronico dell’organismo.
“Il neonato, dal canto suo, se non riceve nessuna reazione naturale alle sue sensazioni ed emozioni impellenti – in altre parole se non viene compreso a livello emozionale in modo elementare e non riceve reazioni corrispondenti – è costretto a richiudersi in sé. Un neonato di poche settimane percepisce nitidamente le barriere emozionali e un comportamento innaturale negli adulti. Un neonato non vuole bere dal seno di una madre sentimentalmente morta e comincia a piangere quando una persona fredda e corazzata vuole giocare con lui.”

Crescere con l’assenza di contatto

La capacità di contatto e di relazione è quindi una eredità, attiva, vivente, che passa tra genitori e figli durante la crescita e, nella misura in cui non si verifica, porta a stati di assorbimento in se stessi. Se non siamo abituati al contatto emotivo, se siamo cresciuti in un ambiente povero della qualità intima e calda che porta con sè l’aspetto emotivo del contatto, cresciamo con una sorta di isolamento in noi stessi. un isolamento di cui non ci accorgiamo ma che si esprime nelle infinite declinazioni che assume la difficoltà di relazione. Può esprimersi nel sentirsi timidi e impacciati in presenza di persone sconosciute o goffi e maldestri nelle relazioni con gli amici. Può esprimersi nella difficoltà a socializzare come nella difficoltà a trovare un partner. Questo sintomo – l’assorbimento in se stessi – spesso viene sottovalutato eppure costituisce una grande quota della nostra infelicità relazionale. Esprime il nostro bisogno di sentirsi “conosciuti e compresi”.

La cura

La Cura di Franco Battiato (clicca sulle parole sottolineate per ascoltarla)
Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono. 
(Scarica il testo nella pagina Corpo e parole)

La speranza che la cura possa avvenire grazie all’incontro di un vero amore spesso si scontra con una serie di difficoltà che rimangono insormontabili se non facciamo il passo di sciogliere la nostra personale difficoltà di contatto. Questo elemento è necessario perché l’incontro con l’altro possa aprire ad una relazione amorosa e d’amicizia nel vero senso della parola. La cura per il ritiro, quando questo diventa il sintomo persistente che descrivo, il silenzioso assorbimento in se stessi che ci priva della compagnia degli altri, passa attraverso la relazione terapeutica, sia in un contesto individuale che di gruppo.Infatti è il ripristino delle nostre competenze sociali primarie, quello che avviene attraverso l’esperienza corporea condivisa in un gruppo, attraverso la risonanza empatica della relazione terapeutica, che può cogliere le sfumature di questo ritiro tanto grave quanto sottile e persistente.

L’inizio e la fine

La costruzione di un amore(Clicca sulle parole sottolineate per ascoltarla oppure scarica il testo nella pagina Corpo e parole)
Se l’inizio di questo disturbo sta nella relazione precoce tra genitori e neonato, i momenti di riparazione possono avvenire continuamente, in qualsiasi momento della nostra vita. Nel momento in cui avviene quella riparazione non accadono grandi vibrazioni, scosse o terremoti, semplicemente sentiamo di nuovo scorrere la nostra vita, come se fossimo usciti da un incantesimo e ce ne accorgiamo nelle piccole cose: nella semplicità della presenza relazionale.
Non è una riparazione magica ma è un lavoro che deve iniziare da noi stessi perché diventi possibile aprirsi agli altri…

a cura di Nicoletta Cinotti

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